Dov'è la AI che fa la roba che noi umani non vogliamo fare?
Dov'è la AI che fa la roba che noi umani non vogliamo fare?
Può l’AI aiutarci a costruire una società più sostenibile per tutti? La domanda e la conseguente risposta sembrano quasi troppo belle per essere vere. L’idea è che un algoritmo ben piazzato risolva tutto il casino che abbiamo combinato negli ultimi secoli: problemi ambientali, disuguaglianze sociali e magari anche il nostro senso di colpa per non aver riciclato abbastanza. Ma la realtà è più complicata di quanto si pensi.
Prendiamo il meme che gira da qualche tempo: c’è un tizio che urla nel vuoto “Dov’è l’AI che fa tutte le cose che non vogliamo fare? Dov’è l’AI che trova un lavoro per tutti?”. Sì, certo, ci piacerebbe avere una macchina che pulisca i disastri della nostra economia neoliberista e ci metta tutti a lavorare per il bene della collettività. Ma non è che, dietro la promessa di un AI magica, ci stiamo solo preparando a uno scenario dove tutti abbiamo meno lavoro e più algoritmi che ci dicono cosa mangiare, dove andare in vacanza e in quale momento della giornata sarebbe più opportuno espletare i propri bisogni?
Questo video è tutto: https://www.youtube.com/shorts/Sc02Sd9aC9U
Per quanto affascinante sia l’idea di un mondo dove l’AI prende in mano il timone della barca e ci guida verso il porto sicuro, dobbiamo fare i conti con chi sta creando questa barca (e chi la guida attualmente). Le multinazionali tech, che progettano queste IA, non sono esattamente dei campioni di altruismo. Se l’obiettivo è creare una società più equa e green, l’AI che ci viene proposta è più un sistema per ottimizzare il profitto di pochi piuttosto che per distribuire equamente risorse e opportunità. L’efficienza, ammettiamolo, è un po’ più affascinante per chi possiede capitali che per chi cerca una vita equilibrata e sostenibile.
Alcuni sociologi come Shoshana Zuboff, ci avvertono che l’eccessivo controllo tecnologico non porta davvero a una maggiore libertà, ma piuttosto a una società ancora più frammentata, dove pochi detengono il potere mentre il resto di noi naviga nell’oceano della disinformazione e della manipolazione algoritmica. Zuboff, in particolare, mette in guardia sul fatto che la nostra continua connessione a sistemi automatizzati potrebbe dar vita a una società di sorveglianza, non a un paradiso sostenibile. Ma ecco, possiamo provare a guardare il bicchiere mezzo pieno e chiedere: e se l’AI fosse progettata per promuovere l’uguaglianza e il benessere, non il profitto? E se, invece di trarne vantaggio solo pochi, tutti potessimo beneficiare di queste tecnologie in modo sano e sostenibile?
Forse la chiave sta nel cambiare la mentalità: non un’AI pensata per lavorare per noi, ma un’AI pensata come uno strumento per il bene collettivo. Per esempio, immaginate una macchina che aiuti a monitorare la distribuzione equa delle risorse, o che ottimizzi le pratiche agricole per rendere l’agricoltura più sostenibile. Oppure, che dire di un AI che aiuti le piccole comunità a prosperare senza dipendere da grandi sistemi economici globalizzati che oggi hanno impatti devastanti sull’ambiente?
Tuttavia, il problema rimane: chi sta decidendo come e per chi l’AI è progettata? Se è creata dalle stesse aziende che oggi dominano il mercato tecnologico, la risposta potrebbe essere "non per te, ma per loro". D’altronde, queste IA non sono nate in laboratori utopici pensati per il bene del mondo, ma in cuori pulsanti di server aziendali, dove l’obiettivo primario non è farci vivere meglio, ma ottimizzare costi e risorse.
E allora, possiamo fidarci di un’intelligenza che, anziché servirci, ha come missione quella di incrementare il profitto di pochi? Non sarebbe forse il caso di chiedere un po’ di trasparenza e un po’ di vera collaborazione tra i vari settori, affinché queste tecnologie possano effettivamente fare del bene a tutta la società e non solo ai suoi stakeholder più ricchi?
Non possiamo più nascondere sotto il tappeto una tecnologia come questa, che già oggi contribuisce, seppur parzialmente, a semplificare compiti inevitabili. La vera domanda è: chi avrà il potere di decidere il futuro di questa tecnologia e perché non dovrebbe essere monopolizzata da pochi, ma dovrebbe essere accessibile a tutti, come bene pubblico?
Disclaimer: la mia posizione, come si può notare, è quella di considerare l’AI uno strumento tecnologico a servizio della vita (e non solo dell’uomo). Un mondo dove la tecnologia aiuta a migliorare la qualità della vita di tutti, rispettando l’ambiente e creando vere opportunità, è un mondo che, se realizzato correttamente, potrebbe veramente avere un senso. Altrimenti, resterà solo un altro strumento che perpetua un sistema che non funziona più, ma che nessuno sembra avere il coraggio di cambiare.
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